Kalashnikov Collective – Interview 2013

Mentre scrivo questa intervista gira il nuovo disco “La città dell’ultima paura”. Passano almeno 30 secondi prima che mi accorga che c’è qualcosa che non và, ne passano altrettanti prima che trovi sul retro del disco un avviso che dice “play at 45rpm”…ok che i Klashnikov sono sinonimo di sperimentazione punk d’avanguardia ma non fino a sto punto….Ad ogni modo il disco è, come sempre, uno di quei pezzi di plastica che odorano di pezzi unici, che ti danno l’impressione che siano un frammento di un mega kollosal che sarà chiaro a tutti solo nel 2035 quando il collettivo di Milano farà uscire il cofanetto con tutti e 25 gli album registrati! Grandi!

Kalashnikov collettive! Presentatevi nella formazione attuale!

[Ste] Siamo un gruppo di disperati che si tiene insieme da ormai più di quindici anni. Qualcosa è cambiato in tutto questo tempo, proprio l’anno scorso abbiamo perso per strada due elementi storici del collettivo; Fabio (batteria) e Milena (voce). Con Fabio avevamo iniziato quando eravamo ragazzini e non sapevamo nemmeno tenere in mano gli strumenti. Abbiamo attraversato un quarto di secolo, a pensare quante cose abbiamo condiviso vengono i brividi! Ora però Fabio lavora come portiere d’albergo (!) la notte e nei week-end… quindi, per forza di cose, non si poteva più andare avanti… aveva bisogno di un cambio drastico e di dedicarsi alla sua vita. Così abbiamo recuperato Loky, il nostro attuale batterista, che ci aveva aiutato un po’ di tempo fa con alcuni concerti, quando lo obbligammo a imparare dodici pezzi in una settimana. E’ giovane, ma suona da parecchi anni con gruppi come Degrado, Ofu e Trashed, gruppi punk che hanno animato la frizzante scena della provincia di Varese, da cui proviene anche Valentina, una ragazza mooolto giovane alla sua prima esperienza con il caos e l’anarchia. Valentina se la cava bene, naturalmente noi siamo dei vecchi saccenti, pedanti, e pure un po’ rincoglioniti, quindi la trattiamo come una ragazzina viziata, e questo a volte porta a qualche insulto e qualche scenata, ma alla fine ci vogliamo bene. Milena, che ha cantato con noi per dieci anni, si è trasferita definitivamente in Francia con il suo fidanzato, conosciuto durante un concerto dei Kalashnikov a Dijon. Dopo anni di freddo atavico, palchi sfondati, stage-daving con mani sul culo e notti trascorse in letti infestati di formiche probabilmente un po’ si è stancata, bah… valla a capire! Il resto della truppa è il solito: io e sarta alle chitarre, il nonno al basso, lisa al synthetizzatore e il mighty don al tastierone spazio-temporale. Poi c’è qualcuno che ci dà una mano ogni tanto, come il Quaglia (sassofono), Claudio (il nostro driver fidato) e Peppus, l’uomo ombra, il nostro ghost-writer.

[Nonno] Alla notte dei tempi (2000-2001) risale l’esperienza con Cinzia, la nostra prima cantante, con cui registrammo la cassetta “Romantic songs of dissidence”. Cinzia ha deciso di darsi alla musica lirica (!) e di trasferirsi a Parigi (la Francia è il paese dove scappano tutte le nostre cantanti dopo averci conosciuto).

Perchè “collettive”? Che significato ha per voi la parola “collettivo”?

[Ste] La parola collettivo dà più importanza al legame e al rapporto che c’è tra i componenti del gruppo. “Gruppo” è un insieme di persone generico, “collettivo” significa “persone che stanno insieme per un fine comune”, indica l’esistenza di un apporto di affinità tra i componenti del gruppo. Il concetto di “gruppo di affinità” tipico degli ambienti anarco-libertari (vedi i gruppi ecologisti radicali) dovrebbe essere utilizzato anche nel nostro mondo musicale, in quanto metodo di organizzazione flessibile, aperto ed egualitario, per conferire ai gruppi punk anche per quanto riguarda l’assetto organizzativo, una connotazione contro-culturale estranea alle logiche imperanti nella società e anche nell’ambiente musicale. Il nostro poi ha sempre voluto essere un gruppo aperto a chi volesse partecipare, anche senza suonare, con apporti nell’ambito dei testi, dei comunicati, degli artwork.

[Nonno] Il termine “collettivo” rispetto a quello di “gruppo musicale” ha un respiro molto più ampio e non si limita ad abbracciare la sola sfera musicale; tende a vedere la musica come una  forma di comunicazione, ma non l’unica. Ci siamo dedicati anche ad altre forme di espressione in passato: per esempio tra il 2004 e il 2005 abbiamo girato due documentari, uno sugli scioperi selvaggi dei tranvieri di Milano e uno sull’occupazione dell’Università Statale ai tempi della riforma Moratti.

Sono passati 17 anni da quando avete deciso di iniziare questa esperienza, quante persone sono passate dal collettivo?

[Ste] Non così tante come si possa pensare. Gli ultimi due cambiamenti nella formazione te li abbiamo già raccontati e sicuramente sono stati i più terremotanti. Per una decina d’anni, tra il 2002  e il 2012, il gruppo è stato piuttosto stabile. Nel 2006 inserimmo un sintetizzatore nel gruppo, perché un nostro caro amico Ghallonz (ed ex-compagno di gruppo nei 101% Odio, la nostra prima crust-band adolescenziale attiva tra il 1995 e il 1998) aveva acquistato un fantastico synth microkorg vintage, e abbiamo colto l’occasione per coinvolgerlo. Poi Ghallonz si stufò, e Lisa lo sostituì, trovando in un negozio di strumenti usati un sintetizzatore identico al suo! Dal 1996 al 2001 invece i cambi di formazione sono stati abbastanza frequenti… il più clamoroso fu quello del Nonno: uscì nel ’98 dal ruolo di cantante e non lo vedemmo più per quattro anni. Fino ad una telefonata nella quale gli chiedemmo di tornare a suonare il basso. Rispose semplicemente: sì. Ed eccolo tra noi fino ad oggi!

[Nonno] In effetti sono uscito dalla porta per rientrare dalla finestra… pensa se non avessi risposto al telefono! Altro che Sliding Doors!

Dal vostro sito si intuisce un’apertura mentale a 360° e un’attenzione per gli argomenti più disparati (controinformazione, musica underground da tutto il monto, fumetti, cinema, letteratura, politica…). Chi scrive per lo più gli articoli del blog?

[Ste] Siamo principalmente io, Sarta e Puppus a scrivere gli articoli del blog. Apertura mentale? Per noi è una cosa perfettamente naturale interessarci di tante cose. Le diverse forme d’espressione non sono altro che linguaggi differenti per raccontare la stessa realtà: la narrativa di fantascienza, i libri di storia, i fumetti dei super-eroi, il cinema d’avanguardia, i trattati filosofici, i film di serie B, la musica punk… per noi non c’è una gerarchia tra queste forma d’arte/anti-arte e di espressione. Con il blog ci piace mescolare le carte, accostare l’inaccostabile, cercare di miscelare diverse culture muovendoci tra alto e basso con naturalezza e, spero si colga, senza presunzione. Il blog è una cosa importante, anche solo per noi stessi: scrivere di una cosa ti obbliga ad approfondirla. Sembra un discorso strano, ma oggi con la valanga di cose che ti passano davanti, non ti soffermi su niente. Aldilà dell’oggetto, spesso questo sforzo di analisi ha un valore in sé. Scrivere un articolo per il blog è anche un atto creativo perché cerchiamo sempre non solo di condividere contenuti, ma di proporli in maniera creativa, con un apparato iconografico che li arricchisca o accostando diversi contenuti per raccontare vere e proprie “storie concettuali”.

Ho notato che spesso scrivete “comprammo quel disco al mercatino…”, “ascoltavamo a manetta quel tal gruppo…”, “bazzicavamo quel posto…”, tutto in prima persona plurale come foste un’entità singola. E’ una casualità dovuta ad eventi narrati dove eravate tutti insieme, oppure è una scelta precisa che vi piace proporre nei vostri articoli? […a me, per esempio, piace immaginare tutti e 7 i kalashnikov in fila alla bancarella di dischi che sborsano un euro a testa e corrono a casa ad ascoltare il disco appena comprato tutti assieme]

[Ste] Ci conosciamo da una vita, stiamo spesso insieme anche aldilà della musica; il fine settimana siamo spesso in giro a suonare, oppure andiamo ai concerti assieme… quando qualcosa ci piace la condividiamo .. a volte penso sia davvero strano che dopo tutti questi anni che ci conosciamo è sempre un piacere e un continua novità passare del tempo tra noi!… Riguardo a quello che leggi sul blog, sì, a volte è vero, siamo insieme, ma anche se non lo siamo, tutto sommato ci sembra di esserlo!

[Nonno] Dopotutto il concetto di collettivo non è anche quello? Condividere esperienze senza la necessità della compresenza fisica, ma solo empatica! Come tanti, ci siamo conosciuti sui banchi del liceo (ebbene sì, abbiamo studiato!) ed è incredibile che nonostante esperienze diverse, allontanamenti, matrimoni, siamo ancora oggi qui a sparare le stesse cazzate e magari a scazzare per gli stessi motivi per cui scleravamo a 15 anni. Come principio è rassicurante perché so che in fondo su di loro potrò sempre fare affidamento. Sono loro la mia famiglia.

So che le grafiche ora le cura Ste. E’ sempre stato così? Ogni nuovo disco sembra il seguito dell’altro, è fighissima questa scelta di mantenere lo stesso stile. A cosa ti ispiri? Fai tutto tu oppure ti danno suggerimenti e collaborano anche gli altri?

[Ste] Quando vedi da lontano un disco dei Kalashnikov, non ti puoi sbagliare, dici: quello è un disco dei Kalashnikov! Sì, degli artwork mi occupo principalmente io, gli altri mi lasciano fare abbastanza liberamente. Da piccolo sono sempre stato affascinato più dalle copertine dei dischi che dalla musica. In realtà, quando abbiamo iniziato a registrare le prime cose col gruppo, è nato il problema di realizzare degli artwork e da lì è nata anche una riflessione su quanto l’apparato grafico di un disco e l’immagine che un gruppo dà di sé influisca sull’immaginario. Probabilmente alcune band e alcuni dischi non avrebbero avuto l’impatto che hanno avuto senza quella copertina o quel look. La tecnica più semplice per chi come me non sa disegnare è quella del collage; è stata una scelta quasi obbligata e nel corso degli anni mi ci sono appassionato, affinandola. Oggi utilizzo uno stile misto con carta, colla, forbici e, naturalmente, Photoshop. E’ stato abbastanza naturale proseguire nella stessa direzione intrapresa utilizzando per ogni disco lo stesso stile. Per me avere uno stile che caratterizza tutti i nostri dischi è bellissimo perché, come dici tu, ogni disco è come un capitolo di una storia, come l’episodio di una serie. Sono cresciuto leggendo i fumetti dei super-eroi e questo amore per la serialità credo nasca da lì! Il fatto che i nostri dischi siano simili nell’impatto visivo lì fa sembrare i tasselli di un progetto coerente e con una forte e salda personalità. Prendi i Crass, ad esempio e i dischi della Crass records. Fu geniale la scelta di dare un’impronta forte e costante all’iconografia delle loro uscite. Non a caso il mio idolo, in questo senso, é Gee Vaucher, l’autrice delle grafiche dei dischi dei Crass; il mio stile è simile anche se mi piace essere più romantico e meno truce, cerco di fare cose più emozionanti e psicologiche…    

I vostri packaging sono sempre curatissimi e originali, unici nel loro genere e mai uguali l’uno all’altro. Spiegateci questa raffinatezza.

[Ste] Ad un certo punto abbiamo pensato: chi ha deciso che i dischi debbano essere confezionati tutti allo stesso modo? Abbiamo quindi cercato di essere creativi anche in quell’aspetto che tutti danno per scontato. Non bisogna mai dare le cose per scontate!

[Sarta] Dietro questa pratica, c’è anche un discorso sulla critica alla standardizzazione e al conformismo che ne deriva. Adeguarsi a quello che il mercato offre in termini di produzione a catena di montaggio porta a non interrogarsi più sul senso delle cose: devi fare un disco? Paga e te lo facciamo noi. Si fa così: jewel box (quella scatoletta di plastica trasparente), libretto formato 12×12 in carta patinata (quella dove rimangono sopra le ditate), un foglio di carta sul retro, bollino siae…ed ecco qua un cd uguale ad altri centomila! Professare il “Do it yourself” non ha senso se poi ci si affida a qualcun’altro che ci stampa dei dischi uguali a quelli che trovi nei centri commerciali. La forza di questa idea sta nel portarti a pensare il modo migliore per fare quello che hai in mente senza darti soluzioni preconfezionate: la possibilità sono infinite! E’ un processo di creatività artigianale, perché poi il lavoro deve funzionare oltre ad essere bello. La cosa interessante di questo ragionamento è che spesso la qualità del packaging di un disco fatto e pensato in questo modo è superiore alle più costose produzioni mainstream tutte uguali e così poco “sorprendenti”: per cui vale la pena di provarci!

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Passiamo ai testi. Li scrive tutti Sarta oppure ci sono altre penne? In molti li definisconovere e proprie poesie. Li scrivi separati dalla musica oppure musica e liriche procedono in parallelo?

[Ste] I testi in realtà li scrivo quasi tutti io, a parte due-tre che sono stati scritti da Sarta e uno da Milena. Proprio l’altro giorno stavamo ascoltando tutti insieme, dopo cena, alcuni vecchi nastri delle nostre registrazioni risalenti a metà anni ‘90. A parte l’aspetto tecnico e compositivo che faceva abbastanza pena, a inorridirci sono stati i testi, che scrivevo sempre io per la maggior parte: erano davvero pessimi! Un tempo scrivevo testi orribili non perché non fossi capace di qualcosa di meglio, ma perché non mi lasciavo trasportare dalla mia creatività e dalla mia sensibilità, restando prigioniero dei cliché della canzone punk. Con la musica, ad un certo punto ci siamo detti: chi se ne sbatte se questa cosa non è punk, noi suoniamo quello che ci piace, la musica che vorremmo ascoltare, ma che non c’è. La stessa presa di coscienza c’è stata con il modo di scrivere i testi. E così musica e testi hanno iniziato a muoversi insieme meravigliosamente, sulla stessa lunghezza d’onda; la totale libertà creativa e concettuale ci ha permesso di esprimere potenzialità che c’erano, ma se ne stavano in disparte soggiogate dalle regole del genere….

Tra l’altro, suonare musica originale spinge a riflettere molto su quello che si fa; essere il clone dei Discharge, ad esempio, non ti dà molto da pensare: devi fare quei riff, suonare in quella maniera, cantare in quel modo, scriver quei testi…. Se invece parti da una tabula rasa ogni volta è una decisione che devi prendere e ogni decisione che prendi è quindi importante. Così abbiamo imparato a riflettere molto sull’intreccio tra testo e musica. A poco a poco, abbiamo capito che le due cose non possono procedere disgiunte. Così le nostre canzoni nascono prima come idee vaghe, come stralci di testo, riff che dovrebbero creare una specifica suggestione… musica, testo, mood, messaggio che vogliamo comunicare sono aspetti che nascono e si sviluppano insieme, perché così deve essere.

Permettimi di fare un’ulteriore digressione sul tema dell’originalità: tanti gruppi imitano (dichiaratamente o meno) i loro idoli perché vorrebbero essere come loro, e forse avere il loro stesso successo, ma non sanno che i loro idoli hanno avuto successo perché non assomigliavano a nessuno e hanno proposto qualcosa di originale, che prima non c’era. Beh… è divertente!

Sul fatto che i nostri testi siano poesie, beh, secondo me, i testi di tutte le canzoni dovrebbero avere la dignità e la forza di una poesia ben riuscita! I testi non sono un optional. Un buon testo può dare un senso ad una canzone insulsa; un brutto testo può rovinare la canzone più bella del mondo!

Tutti i vostri ultimi lavori vengono proposti come concept-album, “Dreams for super-defeated heroes” come un mondo di eroi moderni perdenti, “Living in a psycho-chaos era” come un mondo paranoico angosciato dal futuro, “Vampirizzati oggi” come un mondo che ti succhia il sangue e l’ultimo lavoro “La città dell’ultima paura” riflette sul mondo urbano delle megalopoli degradanti. La domanda è: nascono prima i testi o prima l’idea di fare un album a tema? Spiegateci un po’ qual’è l’iter classico per arrivare alla conclusione di ogni vostro disco.

[Ste] Il fatto è che periodicamente ci appassioniamo a cose specifiche e le canzoni sono spesso influenzate dalla passione del momento, così finiscono per ruotare tutte attorno allo stesso immaginario, andando a formare spontaneamente un concept; sembrerà incredibile, ma spesso ci troviamo una manciata di pezzi e ci accorgiamo che sono molto affini come tema, ed è allora che viene fuori il concept album! Per “Dreams” e “Living” è stato così, sono stati dei concept “a ritroso”: avevamo dieci-undici canzoni e ci siamo fermati ad analizzarle, scoprendo che avevano molti tratti in comune; così abbiamo “razionalizzato” il concept, che era lì anche prima, ma inconsciamente. “Living”, per esempio, è nato in un periodo in cui ci eravamo appassionati alla fantascienza, in particolare a James G. Ballard, ma anche ai film e alla letteratura apocalittica un po’ vintage, alla storia della Guerra Fredda, all’isteria di quegli anni per l’ipotesi di una guerra nucleare… Quindi è venuto fuori questo concept distopico, che parla della “catastrofe” in senso lato, come concetto psicologico e storico ricorrente, che appartiene al futuro di ogni epoca.Nel periodo di “Dreams” ci siamo fatti ispirare dai fumetti di quando eravamo ragazzini, quelli dei super-eori della Marvel. Ci siamo ispirati ai super-eroi per scrivere alcuni dei pezzi del disco, attualizzandoli, immaginando di gettarli nella realtà delle cose, nella quotidianità, di farli lottare con nemici reali; così è venuto fuori il concept, soprattutto a livello grafico. Per altri dischi come “Vampirizzati Oggi” e “La città dell’ultima paura” le cose sono state diverse, abbiamo deciso prima il tema e lo abbiamo svolto. Fare in questo modo, però funziona quando hai a che fare con dischi brevi, di tre-quattro pezzi, altrimenti imporsi un unico tema su cui basare un intero album risulta un po’ frustrante anziché stimolante, secondo me.

Musicalmente siete avanti anni luce rispetto alla gran parte dei gruppi del panorama punk italiano (ma non solo), sia tecnicamente che compositivamente. E’ difficile conciliare questo vostro aspetto artistico con il background da cui provenite? Voglio dire, continuate a suonare in posti marci davanti ad ubriaconi, dove spesso e volentieri non si capisce un cazzo…

[Ste] Frequentiamo squat e posti occupati da quando siamo giovanissimi, li abbiamo vissuti anche dall’interno e tutt’ora ci siamo molto legati. Siamo figli di quella cultura, sia musicale che politica. Per cui, suonare negli squat è la cosa più normale del mondo per noi, così come una cosa che ci rende felici. Non c’è niente di più appagante e divertente che suonare davanti ad un centinaio di meravigliosi ragazzi e ragazze punk ebbri che ti si rovesciano addosso! Non chiediamo di meglio! Nel caos c’è molta poesia…

[Nonno] Io la vedo un po’ come la metafora del calciatore sui campetti di periferia. Se su un terreno spelacchiato e con una palla sgonfia riesci a fare la differenza e a giocare bene figurati quando avrai a disposizione un campo figo e attrezzature professionali! Personalmente poi però devo ammettere che, almeno per me, sta iniziando a nascere l’esigenza di confrontarmi con altri ambiti e non più prettamente quello degli squat. Resta inteso che mi ci vorrei confrontare senza però dover rivedere il nostro messaggio e la nostra attitudine.

[Sarta] Il connubio tra musica e vita è una cosa naturale: siamo cresciuti negli squat e suonarci è per noi una cosa ovvia, che ci rende felici. Ogni tanto abbiamo provato ad interfacciarci con qualche altra realtà, più che altro per curiosità, ma l’impressione è spesso che non ci siano molti altri spazi dove la nostra musica funzioni: boh! Ultimamente stiamo cercando di fare dei nostri concerti delle occasioni di “partecipazione”: mi piacerebbe che le persone non pensassero ad un nostro concerto come “uno spettacolo di intrattenimento” ma come un momento per mettersi in gioco e partecipare, anche semplicemente ballando o facendo quello che vogliono. Ad esempio abbiamo fatto dei concerti in cui dei nostri amici recitavano alcune poesie incentrate su temi affini ai pezzi che avremmo suonato subito dopo e invitiamo spesso a parlare e a salire sul palco i ragazzi e le ragazze dei posti dove suoniamo.

Parliamo dell’ultimo disco “La città dell’ultima paura”, presentatecelo in poche righe.

[Sarta] “La città dell’ultima paura” è un disco che parla delle metropoli contemporanee: luoghi tossici e inospitali, certo, dove le contraddizioni del sistema capitalistico esplodono ferocemente ma che rappresentano il luogo dove siamo cresciuti e abbiamo sviluppato le nostre personalità. Quello che ci ha interessato indagare, non è tanto l’aspetto sociale delle metropoli quanto quello fisico, architettonico e urbanistico: la portata coercitiva che lo spazio urbano ha sui nostri corpi e i tentativi di liberarsi da questa portata repressiva re-inventando inedite modalità di uso creativo degli spazi. Le città utopiche concepite dagli architetti, al di là del luccichio di alcune rappresentazioni, sono il manifesto di una ideologia urbana che inevitabilmente coincide con la rappresentazione fisica della società capitalistica: reti che trasportano merci e persone dai luoghi di produzione ai luoghi della distribuzione fino a quelli del consumo finale, intervallate dagli edifici dove la gente lavora e riposa. Reinventare questi spazi conferendogli un significato diverso è il messaggio alla base del disco, che è organizzato in tre parti (riporto dal nostro blog): la presa di coscienza degli aspetti addomesticanti e repressivi dello spazio urbano, e di come esso rispecchi il carattere schizofrenico della nostra organizzazione sociale (“Violenza urbana” e “Sotto la scure di un nuovo fascismo”); una pars destruens, ovvero la reazione violenta che segue alla presa di coscienza della verità, ovvero l’idea liberatoria di una città ridotta a cumuli di macerie, grande tema della moderna letteratura catastrofica (ma anche della musica punk!) (“La città dell’ultima paura”); infine, una pars construens, che appartiene propriamente al pensiero libertario, che immagina una dimensione esistenziale e sociale che si reinventa nelle pieghe del sistema e sulle sue macerie (“La Siberia sui tetti” e “Tu alla fine del sottopassaggio”).

Sia nelle grafiche che nei testi si respira smog, aria malsana, tristezza. La critica alla società attuale e alla deumanizzazione dell’uomo in un contesto urbano è chiara, voi come vivete la vostra quotidianità all’interno di una delle più grigie città d’Europa, Milano?

[Ste] Come abbiamo detto presentando il nostro disco sul blog, la nostra critica della città non è a senso unico: non rispecchia la volontà di scappare dalla città per rifugiarci in mezzo alla natura. Noi siamo cresciuti in città e amiamo viverci, perché la città è un contesto culturalmente vivace, succedono le cose che ci interessano, abbiamo modo di incontrare tante persone… però la città è un ambiente pieno di contraddizioni e di sicuro alienante, per cui bisogna sempre avere chiaro davanti la sua portata de-umanizzante, altrimenti si rischia di viverla con disagio. Vivere in città ha aspetti grotteschi e stressanti, però quello che è importante è non farsi soggiogare. Essere creativi e liberi nel modo di fruire la città, di viverla e di abitarla. Nel nostro disco non c’è solo il grigio, ma c’è anche quello che nella vita di città è gioioso: la libera occupazione degli spazi, l’approccio psico-geografico che è una sorta di reinterpretazione creativa degli spazi metropolitani, un cambio di senso dei non-luoghi, un modo poetico di vivere la strada, la micro-geografia urbana etcetc…

Vedo che questa ultima uscita non è una coproduzione, ve lo siete autoprodotti da soli. Come mai questa scelta? Avete avuto inconvenienti da coproduzioni passate?

[Ste] E’ stata una scelta legata al fatto che potevamo stampare poche copie del disco e che, coprodurlo avrebbe significato darne la maggior parte ai distributori. A noi ne sarebbero rimaste pochissime copie e le avremmo finite subito. Questa è la semplice motivazione. Nessun inconveniente particolare in passato, la co-produzione l’abbiamo sempre sostenuta e sempre la sosterremo.

Ho letto il flyer scritto dopo un episodio al Telos di Saronno dove un giovane punk vi apostrofava come “…quelli che regalano i cd”. Seguo da anni questa vostra scelta  radicale di non imporre un prezzo ai vostri dischi, e, personalmente, è stata spesso oggetto di autocritica e analisi. Nell’ultimo disco che abbiamo stampato con i NWR, abbiamo scritto dietro al vinile un “comunicato”, una presa di posizione che, per farla breve, allontana il vinile dall’essere un oggetto in vendita. Mettere sotto questo comunicato il “pay no more then…” ci sembrava una contraddizione. Il risultato (seppur riempiti di complimenti e supporto da mille parti per la nostra presa di posizione) è stato di trovare il vinile in vendita a prezzi esorbitanti. credo che nn disco, una volta stampato, assuma vita propria, passa di mano in mano, viaggia tutto il mondo e prima o dopo si troverà sugli scaffali di qualche negozio o in una cassetta di una distro, e due righe scritte sul retro non bastano a farlo uscire dal “mercato”. Che ne pensate?

[Nonno] Innanzitutto: Zanna, quel punk del volantino eri tu! Non ricordi?… a parte gli scherzi  possiamo rispondere della nostra scelta finché li vendiamo noi in maniera diretta, è ovvio che nel momento in cui i nostri dischi arrivano ad una distro o un negozio che non praticano offerta libera decideranno la loro politica. E qualora decideranno di marciarci sopra speriamo solo che il Nume tutelare del D.I.Y. li punisca ferocemente.

[Sarta] Possiamo scegliere di praticare il prezzo libero ma non possiamo imporre agli altri questa scelta. Se uno ti compra 10 dischi alla distro e poi li rivende a 10 euro l’uno e ci guadagna, beh, è in effetti parrebbe una fregatura, se ragioniamo in termini di logica “imprenditoriale”…tuttavia, la validità della pratica del prezzo libero, secondo noi, è in una logica tutta diversa e che va oltre  quella del “rientrare nelle spese”: la sua efficacia si palesa appieno nel momento in cui “obbliga” gli individui a ragionare sul valore delle cose. Effettuare un ribaltamento del potere tra chi vende e chi acquista di attribuire un prezzo ad un oggetto significa porre le persone di fronte ad una situazione “illogica”: fargli fare qualcosa che non gli verrà mai più richiesto in tutta la loro vita, ovvero riflettere per dare un valore ad un oggetto senza farcelo suggerire dal cartellino del prezzo. E li pone di fronte all’interrogativo etico di approfittare o meno dell’improvvisa (e insperata!) situazione di “vantaggio”, ehehe…Significa recuperare il valore intrinseco delle cose che desideriamo, riscattarle dal loro stato di “merci” dalle quali poter ottenere un qualche profitto e, infine, praticare un’economia che si fonda sulla complicità, sulla condivisione e sulla responsabilità di far parte tutti insieme di un mondo, che è quello degli spazi occupati autogestiti, che dà vita a tutta una serie di cose che però presuppongono costi e sbattimenti. Un indice del fatto che sia positivo proseguire su questa strada è che ai concerti ci troviamo spesso a parlare con ragazze e ragazzi di questo argomento: è qualcosa che stimola la discussione, che colpisce profondamente e crea spesso più di un divertente imbarazzo, benché sia qualcosa, come dicevi tu, di “problematico”…

Siete stati e siete tuttora frequentatori e partecipanti di diversi posti occupati di Milano e provincia. Fateci una panoramica sulla situazione attuale nella vostra città e ai luoghi ai quali siete più affezionati.

[Sarta] Gli spazi occupati e autogestiti ai quali siamo più legati e che frequentiamo di più attualmente (2013) sono VillaVegan di Milano e il Telos di Saronno. Abbiamo iniziato ad affacciarsi al mondo degli squat a metà degli anni ’90 andando al Laboratorio Anarchico di Via De Amicis. Abbiamo vissuto dall’interno il C.s.o.a. Garibaldi, che fu uno egli ultimi squat nel centro di Milano (sgomberato nel 2007), in cui era forte la cultura autonoma degli anni ’70 e che ha contribuito a formare la nostra coscienza politica. A Milano resistono posti “storici” come Cascina Torchiera, i Transiti, il Cox18 e il Csoa Vittoria. Dopo una stagione abbastanza eroica di rutilanti occupazioni negli ultimi anni (ricordiamo gli esperimenti di Kasotto, Stamperia poi Bottiglieria e Spazio Black Aut a Milano, nonché dell’Edera di Gallarate), la situazione sembra un attimo essersi fermata. Milano è una città difficile, d’altronde, dove la pressione immobiliare è fortissima. Comunque, come dicevano i Wretched, “mai arrendersi, mai finire!”. La realtà più attiva rimane quella tra Varese e Saronno, dove si respira un’aria di gioiosa partecipazione tra i ragazzi e le ragazze che bazzicano per gli squat.

[Loky] Personalmente sono molto legato al Telos, squat che ha dato un’alternativa molto valida in una provincia culturalmente chiusa come quella di Varese. Proporre attività politiche antagoniste in luoghi dove l’elettorato leghista viene formato e coccolato non è cosa da poco.

[Ste] Uno dei posti occupati più belli e visionari di Milano è durato una settimana di dicembre di un paio d’anni fa e si chiamava Circolo Marci. La storia che ti sto per raccontare sembra una favola di Natale, ma è tutta vera. Il Circolo Marci stava sotto il ponte della ferrovia di Porta Genova, sulla riva del naviglio puzzolente, in mezzo alle sterpaglie unte di smog. Si trattava di un buco fangoso che era stato murato chissà quanto tempo fa. Alcuni amici transfughi del Kasotto, quelli più psichedelici, avevano sfondato il muro di mattoni con un martello e, in preda alla droga, nel fondo grotta buia che ne avevano ricavato, avevano avuto una smagliante visione del futuro: il Circolo Marci. La realtà bussava prepotentemente alle porte dei loro sogni, ma loro – che erano ben abituati a farlo – la ignorarono bellamente. La realtà voleva soltanto precisare il fatto che il Circolo Marci fosse un’umida e sordida caverna ingombra di merda e schifezze. Un sabato pomeriggio incontrai l’amico Leo, uno che aveva avuto le visioni – e che ancora credo ne abbia -, e fu lui ad accompagnarmi al Circolo Marci. Fui uno dei pochi a avere la fortuna di vedere il posto, oltre a due traveller polacchi ancora più fortunati di me che ci dormirono una notte, nel periodo pre-natalizio, quando a Milano c’è un freddo che ti surgela il culo. La sera del giorno in cui visitai in anteprima il Circolo Marci, ci sarebbe dovuta essere la festa di inaugurazione, ma il generatore di corrente non partì e quindi niente musica; così alla festa andarono in due e non ci fu quella grande inaugurazione che si sperava. Però Leo non si perse d’animo e, deciso a rilanciare il Circolo Marci, mi chiamò la notte di Natale per dirmi che dovevamo assolutamente organizzare, nella grotta, un concerto dei Kalashnikov, e che non c’era problema, che anzi gli sbirri erano dalla nostra parte, perché un giorno erano stati lì in due e (probabilmente commossi per l’eroismo dimostrato dai polacchi che ci avevano soggiornato), gli avevano detto che se non rompevano i coglioni ci potevano stare sereni in quella caverna del cazzo, a farsi i comodacci loro. Poi però, prima di capodanno, arrivarono due muratori pagati dal Comune e, approfittando dell’assenza degli occupanti che erano stravaccati chissà dove, in quattro e quattro otto ripristinarono il muro d’ingresso del Circolo Marci, sigillandolo per altri mille anni. Leo mi telefonò sconsolato e mi annunciò: “Non ci crederai… ma ci hanno sgomberati! Bastardi…”.

Cambiamo discorso, girate spesso l’Europa in tour. Parlateci di qualche posto che vi ha colpito particolarmente. L’esperienza che vi ha segnato maggiormente in questi anni di concerti oltralpe!

[Nonno] Sono talmente tanti gli episodi che non saprei nemmeno quali citare! Siamo rimasti molto colpiti dal concerto segreto in una casa occupata di San Pietroburgo, in Russia. Si trattava di una situazione molto delicata, perché in Russia c’è una fortissima repressione poliziesca e una folta presenza di nazi. Lo squatting lì è una pratica davvero pericolosa. Poi girava anche droga, e la legislazione russa non è, come dire, per niente tenera con chi detiene e fa uso di sostanze stupefacenti! Insomma, abbiamo rischiato parecchio quella volta… Potremo poi parlare della campagna rumena, dei concerti nelle comunità hippies sui monti francesi, del demolition-party ad  Ottawa, in Canada…

Ed ora, una rubrica per ragazzi: “Valentina scopre il mondo…”

[Valentina] Vorrei parlare di Friburgo e Lille, due delle esperienze più forti della mia vita! Posso?

A Friburgo siamo capitati inaspettatamente in una comune hippy, con bambini senza pannolini che correvano per il campo e cani carichi d’odio che si sono scaraventati sul Don non appena è sceso dal furgone ed ha appoggiato i piedi sul terreno fangoso… per non fare la sua fine sono rimasta rintanata per svariati minuti nel nostro mezzo, guardando con occhio vigile dal finestrino i cani affamati. Il momento della cena è stato critico: ricordo ancora il sapore delle patate con la buccia e l’immagine di pentoloni ricolmi di una indefinibile zuppa color pastello. Per non sbagliare ho cenato con lo Jagermaister.

Il centro sociale di Lille è stato ancora più traumatico… non mi scorderò mai l’odore penetrante e la temperatura pluviale che mi ha avvolta non appena superata la soglia… sembrava d’entrare in una serra umida, senza finestre e senza fiori… La vista della cucina mi ha fatto rabbrividire, cataste di sacchi della spazzatura a ridosso dei muri, cani che scavavano alla ricerca di qualcosa da mangiare, per non parlare degli chef che stavano preparando la cena in pentoloni ricolmi di olio nero e padelle incrostate. Ho cenato con molta birra, seduta a chiedermi il perché di tutto questo…

Mi porterò dietro questi ricordi per tutta la mia esistenza, incancellabili ed irripetibili… Ogni volta è una sfida, una lotta per la sopravvivenza , una prova da superare… Affascinante confrontarsi con così svariati modi di vivere,alcuni lontani ed incomprensibili, altri invece che fanno riflettere sulla nostra quotidianità che spesso mi dico essere così sbagliata…

Libri: vedo che siete appassionati di un po’ di tutto, dai saggi radicali di Zerzan ai racconti di fantascienza di J.G.Ballard. Suggeriteci qualcosa.

[Ste] In letteratura, a me piacciono le cose un po’ al limite, tipo alcuni autori di fantascienza d’avanguardia come James Ballard, Thomas Disch, Bruce Sterling e John Shirley. Nell’ambito dell’editoria musicale è, secondo me, imperdibile un qualsiasi libro scritto da Julian Cope. Negli ultimi tempi ho un saggio che mi è piaciuto un sacco: “Andare ai resti” Emilio Quadrelli (Derive Approdi 2004), che racconta delle batterie di banditi nell’Italia degli anni ’70, delle dinamiche carcerarie carcere a cavallo tra 70 e 80  e di come la criminalità si sia trasformata negli ultimi quarant’anni: dall’epoca delle bande armate d’ispirazione (inconsapevolmente) anarchica ed egalitaria, che aveva come nemici sbirri, padroni e borghesi fino alla moderna malavita organizzata di stampo mafioso, cinica, amica di sbirri e politicanti, e perfettamente inserita nel sistema politico, economico e culturale del nostro paese.

Fumetti: continue citazioni, collage, fino ad un fumetto anni ’50 tradotto e riproposto all’interno di “Vampirizzati Oggi”. Da dove nasce questa passione?

[Sarta] Siamo stati tutti, chi più o chi meno, appassionati di fumetti. E’ la letteratura della nostra generazione! Oggi forse per i ragazzi di quindici anni non è più così, ma i super-eroi di Marvel/DC Comics e i manga giapponesi (Akira, Hokuto no Ken e Devilman) hanno scolpito una bella fetta del nostro orizzonte immaginifico, della nostra fantasia. Poi, per forza di cose, tutto è andato a coagularsi nella musica e anche oggi quando pensiamo all’artwork di un disco, è abbastanza naturale andare a pescare dal quell’ambito.

Musica: cosa ascoltano i Kalshnikov durante le loro giornate?

[Ste] Ultimamente ascolto a ripetizione i dischi di Burial, un musicista inglese molto conosciuto che fa dubstep/garage. I suoi album sono più scuri e nichilisti di qualsiasi disco crust, non c’è storia… Anche se non è bollata come punk, si tratta di musica che ha una forte attitudine punk! …poi tante stranezze, perché prima di tutto sono un drogato di musica sempre in crisi di astinenza.

[Nonno] Io sono un nostalgico: ti dico solo che ora sto ascoltando l’ultimo album di un gruppo emergente che farà strada: i Bad Religion.

[Loky] Musicalmente sono cresciuto ascoltando hardcore italiano, in particolar modo quello proveniente dalla produttivissima scuola torinese: Arturo e Bellicosi su tutti. Attualmente sono due i gruppi che continuano ad accompagnarmi in queste fredde giornate: I CCCP e Il Teatro Degli Orrori. I primi, più concettuali, spiccavano per la capacità d’integrare l’aspetto musicale a quello teatrale, bypassando il classico concetto di concerto, e proponendo uno spettacolo che coinvolgeva in maniera molto diretta l’attenzione dei partecipanti. Per quel che riguarda Il Teatro degli Orrori, li trovo evocativi, penso che nel panorama italiano siano tra i più validi in circolazione.

[Sarta] La musica è una cosa molto vasta, dai confini indefiniti: è difficile saggiarne ogni anfratto! Nella mia esistenza di “esploratore” della musica, fino ad oggi, le cose a cui sono rimasto più affezionato e che ascolto sempre volentieri sono il progressive inglese (Genesis e King Crimson, Robert Wyatt e Peter Hammill) e italiano (Area e Banco del Mutuo Soccorso), il death-metal scandinavo degli anni ’90, il black-metal in tutte le sue forme (veloce, d’atmosfera, sinfonico o d’avanguardia), un po’ di cantautorato italiano (Franco Battiato e Max Gazzè, per citarne due molto diversi). Il punk occupa un posto particolare perché, oltre alla musica, mi ci riconosco nella “cultura”: la musica rappresenta anche un immaginario, è la colonna sonora della vita e scolpisce il nostro modo di essere rispetto alla realtà. Mi piace il punk perché è portato di valori come la solidarietà, l’autoproduzione e l’autogestione, l’idea che non ci siano “autorità” ma che tutti possano esprimersi liberamente.

[Valentina] Se il nonno si definisce nostalgico, io davvero non so come definirmi! Personalmente i miei generi preferiti hanno radici negli anni 60-70 , dal rock psichedelico al progressive sia inglese che italiano. (Per citarne un paio, King Crimson e Biglietto per l’inferno). Adoro i Led Zeppelin, la loro musica è una costante nella mia vita da quando ho 11 anni, una passione ereditata da mio padre, che da bambina mi faceva scegliere cosa ascoltare tra i suoi vinili polverosi. Non manca il metal, o il punk (post-punk in particolare). Adoro anche Lucio Battisti e Mina (per le loro incantevoli canzoni d’amore, un po’ di sano romanticismo fa sempre bene!). Ovviamente non mi precludo nulla, la musica è così vasta che a volte mi ci perdo dentro… spesso nelle mie notti insonni vado a ricercare e ad ascoltare generi mai sentiti prima, per non smettere mai di imparare e di appassionarmi.

Come passano la quotidianità i Kalashnikov? Vivete assieme? Come sopravvivete?

[Nonno] Io personalmente faccio una vita che si può definire normalissima, vivo da solo, lavoro 8 ore al giorno e nel tempo libero faccio quello che preferisco: fare il pirla. Vivere assieme non se ne parla alcuni di noi che non citerò per privacy, russano come delle mietitrebbia ingolfate…

[Sarta] Io russo discretamente bene, ma da quando è arrivato Loki non c’è partita: è lui il re dei concerti death-doom notturni. Parlando di cose più serie, la società in cui viviamo sottopone tutti quanti alla schiavitù del denaro: pertanto, sarà pure molto poco punk, ma per avere qualche soldo per sopravvivere e, soprattutto, per “finanziare” le nostre attività “sovversive”, siamo più o meno tutti costretti a svolgere un qualche lavoro salariato. Ma poco importa, il collettivo è il vero “motore” delle nostre azioni.

[Loky] Lavoro come educatore e, quando tolgo quella veste, cerco di insediarmi in casa di Sarta (spesso con pessimi risultati). Russare mi serve per interiorizzare il metronomo, solo che in questo collettivo nessuno sforzo viene valorizzato. E’ come sentirsi Emilio Fede negli ultimi tempi.

Che progetti avete per il 2013 e oltre?

[Nonno] Personalmente pensavo di abbassare la soglia dello spred ed impegnarmi nel far ottenere a Marconcio una pettinatura umana.

[Sarta] Ultimamente abbiamo un sacco proposte di collaborazioni molto interessanti: abbiamo appena finito di scrivere dei contributi per una fanzine tematica dedicata alla pratica del prezzo libero, Puj sta illustrando la prima edizione italiana del “Formulario per un urbanesimo unitario” di Gilles Ivaine che uscirà in e-book per il collettivo Maldoror Press e stiamo lavorando – pensa un po’ – alla colonna sonora di uno spettacolo teatrale di una compagnia di amici che mette in scena la storia del “Barbablù” di Charles Perrault. Siamo generalmente molto contenti quando qualcuno ci propone una collaborazione un po’ fuori da quello che facciamo abitualmente: ci piace che il nostro collettivo rappresenti una realtà a cui rivolgersi per sviluppare progetti comuni! Sul fronte delle attività più “ordinarie”, invece, avvieremo a breve le sessioni di registrazione del disco nuovo (con il quale credo che staremo in ballo almeno fino alla fine di quest’anno…sarà un’epopea…) e abbiamo un po’ di concerti programmati da qui all’estate. Le cose forse più interessanti saranno tornare a Marzo in Grecia (ad Atene e a Patrasso, cuori pulsanti della rivolta!) e fare una decina di concerti sulla costa ovest degli Stati Uniti in Agosto.

Chiudete come preferite, spero di non essermi dilungato troppo, grazie di tutto!

[Nonno] Ti do la conferma che ti sei dilungato troppo e ti dovrai sdebitare offrendomi una birra appena ci si vede. Poi chiudo io con una domanda a te, Zanna: ce lo girate il video, che siete bravi?

La risposta, se sarà positiva, verrà pubblicata in futuro! Grazie amici della bella intervista. Tenete duro per sempre, di gruppi come voi ne nascono pochi. Un abbraccio!

1 thought on “Kalashnikov Collective – Interview 2013

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